ORSI ITALIANI MAGAZINE




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Questa pagina contiene immagini di nudo maschile e testo a contenuto omoerotico: e' pertanto riservata a persone maggiorenni

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La prima volta del pompiere

Un racconto di Orsardoi


I racconti pubblicati possono contenere descrizioni di sesso non sicuro: ricordate, sono opera di fantasia! Nella vita reale praticate sempre il Sesso Sicuro usando il preservativo.

The stories published in this section may contain descriptions of unsafe sex: remember, it's fiction! In real life always practice Safe Sex by using condoms.


Oggi Milano è tutta in silenzio: per riuscire a respirare un po’ è stata abolita la circolazione delle auto.

Così, con tanti altri come me, son fermo alla fermata del tram.

Una lunga attesa: accendo una sigaretta … “Si fa davvero lunga! Non avrebbe una sigaretta anche per me?” Mi giro e la persona che ha parlato è seduto nell’imbotte della finestra di un sotterraneo.

A tutta prima mi sembra un barbone e gli offro la sigaretta, accendendogliela, ma vedo che porta una tuta, scarpe da footing e ha accanto un borsone.

Lo guardo meglio e, vedendosi osservato, mi sorride: una perfetta chiostra di denti bianchissimi.

Sarebbe un bel tipo, ma è decisamente grosso: l’addome pronunciato scoppia dall’elastico della cinta.

Gli avambracci gli fanno tendere le maniche da cui escono due mani abbastanza corte, ma vaste e forti.

Le gambe tendono la stoffa dei pantaloni che segue le forti curve.

Anche il viso, seppure grasso, è abbastanza bello: due occhi verdi, un naso piccolo e proporzionato e una bocca ben disegnata che è sempre pronta al sorriso.

Baffi e pizzo e un ciuffo biondo che scappa fuori dal solito berretto con la virgola di Nike. Lo guardo come sempre faccio con un uomo: per abitudine, direi.

Non è certo il mio tipo. A me piacciono i ragazzi tipo calciatori, rugbisti, anche qualche nuotatore mi piace… ma non dei pancioni come questo!

Il suo sorriso è disarmante e ogni volta che incontra il mio sguardo comincia a sorridermi cogli occhi, raggrinzisce un po’ le narici e mostra tutti i denti. E’ il suo modo di dirmi grazie.

Nell’ispezione che continuo su di lui, vedo che il borsone verde oliva porta la banda gialla dei vigili del fuoco e questo m’intriga.

Gli siedo accanto, sempre fumando, e attacco chiedendogli se è un pompiere.

“Sì, sono stato al Forlanini a correre un po’: devo far scendere ‘sta pancia!” Io, subito e senza pensarci, mento: “Beh, quando s’è robusti, è logico aver gli addominali un po’ pesanti!”

Scoppia in una risata dandosi una pacca sulla protuberanza, che risuona come un tamburo: “Non son muscoli rilasciati, son proprio grosso!”

Non sapendo come continuare in complimenti che non giungono dal mio desiderio, mi alzo con la scusa dell’arrivo sferragliante del tram.

S’alza anche lui, … in effetti, la sua caserma è proprio vicina a dove abito.

Il tram è strapieno, siamo tutti schiacciati e per facilitare un po’ la mia posizione, mi muovo e, senza volere, il braccio libero, che scende lungo la gamba, sbatte contro qualcosa di mollo, ma decisamente grande: mi giro e proprio vicino c’è lui e l’oggetto sconosciuto, che avevo inavvertitamente urtato, era il suo uccello che, libero, ballonzola nei pantaloni.

Fingendo la solita perdita d’equilibrio, dopo un po’, ci ricado sopra: è enorme, mollo ma enorme e lui non s’è neppure accorto che gliel’ho toccato apposta, o non ci ha fatto caso.

Mi tuffo nel mio archivio di frasi per attaccar bottone, ma non ne trovo di adatte.

In effetti, neppure lui mi è “adatto”.

Solo che quell’ondular di batacchio mi ha messo una strana voglia: non di far sesso, ma di vedere com’è!

Vai in via Messina?” è l’unica domanda che mi riesce di profferire.

“Anche lei.” mi risponde e aggiunge che m’aveva già visto armeggiare con le mie macchine fotografiche da quelle parti.

Genio! Mi offre lui la scusa!

Mi metto a raccontare del mio hobby che è come una professione, che sono bravo e fotografo un po’ di tutto, così diverse agenzie mi comprano le foto e, anzi, se solo fosse così gentile, oggi dovrei fare delle foto di uno sportivo e i modelli a cui l’avevo chiesto sono tutti occupati.

“Ho la domenica libera.” gli scappa di dire. “Ma no, io non sono un atleta, son grosso!” Aggiunge.

“Lascia che decida io e, se ora puoi, potremmo andare a prendere le macchine fotografiche.”

Così, scesi alla mia fermata, c’incamminiamo verso casa, mentre me lo guardo con la coda dell’occhio.

E’ proprio grosso, cammina con le braccia staccate dal corpo e con le gambe un po’ divaricate.

Ma ha un profilo davvero bello.

Mi viene in mente un sito di “orsi” che ho trovato su internet: magnifici maschioni, pelosi, membruti, ma con stazze da armadio a quattro ante.

E questo, forse, ne ha cinque, di ante!

Ma potrebbe essere la strada per raggiungere il mio scopo. “

Ti piacciono le moto?” domando e naturalmente ne ha una!

Anche quella mi interesserebbe perché dovrei fotografare un tipo in tuta su una moto.” Ma oggi no, non posso circolare! C’è il divieto!” Quindi è già sì!

A casa gli offro un caffè o un the o una tisana: “Cosa preferisci?” “E lei?” “Non possiamo darci del tu?”

Sorride “Grazie, ma non sapevo se potevo!”

Mentre seduti sul divano, aspettiamo che l’acqua bolla, comincio a fargli complimenti che vanno dritti al segno: è vanitoso e gli fanno estremamente piacere.

Quando gli chiedo di farmi vedere il torace, con naturalezza, toglie la tuta e la maglietta: ha due pettorali un po’ pesanti con due meravigliosi e rosei capezzoli a punta, nascosti in una pelliccia riccia di peli  che giocano lungo una lingua d’oro, scendendo verso l’elastico della tuta.

Gli chiedo d’alzarsi, per rimirarne la schiena: è davvero a cinque ante, quest’armadio, ma la sua pelle rosa trattiene l’oro di un’abbronzatura di chi passa tanto tempo al sole.

Lui, in effetti, quando è libero, va in piscina o a correre all’aperto. “Chissà che segno t’è rimasto!” e lui, subito, spinge verso il basso il pantalone fino a farmi vedere quattro o cinque centimetri della natica: soda, densa, bianca.

Sebbene si sia quasi in inverno, il distacco tra la parte abbronzata e l’altra è notevole.

Non riesco a non toccarlo, carezzando la linea di separazione con un dito.

Non ci fa caso e si siede … io comincio a eccitarmi: è così semplice e puro che mi vergogno del mio uccello in tensione.

La tisana è pronta. La sorseggia soffiando nella tazza con le labbra raccolte come in un piccolo bacio. “Che bello! Posso fotografarti così?”

E comincio a saltellargli intorno con i miei click sparati un po’ dappertutto.

Gli piace.

Sorride, felice delle mie attenzioni, così mi è facile chiedergli di alzarsi, di ruotare su se stesso, chinarsi, alzare e abbassare le braccia, tenderle, accarezzarsi … anche questo lo fa con spontaneità.

Gli chiedo di accarezzarsi un capezzolo, fa una faccia meravigliata, ma fa anche quello …

Se qualcuno lavora l’argilla mi capirà: è come modellare una materia duttile, dolce, che segue ogni nostro gesto, ogni nostra volontà.

Anche quando gli chiedo di abbassare di nuovo un po’ i pantaloni, lo fa e io attacco a fotografarne i glutei e il ventre: o meglio la piccola parte che se ne vede. “Ti spiace abbassarli un po’ ancora?”

Li spinge in giù facendo fiorire tutto il pube biondo, ma dell’uccello nemmeno l’ombra.

Gli chiedo di mettersi in pantaloncini. Anche qui nessuna resistenza, ma va in bagno a cambiarsi: porca miseria!

Quando torna vedo due gambe tornite che scompaiono in un paio di brachette bianche tese allo spasimo: il sospensorio raccoglie a fatica tutto un ben di dio che io posso solo immaginare.

Avanti con le foto, di qua, di là… ma non mi riesce di inventarmi niente e le brachette stanno al loro posto.

Di nuovo è lui che mi viene in aiuto: “Che caldo che fa, qui.” dice e io gli offro di farsi una doccia, così, poi, magari, gli faccio qualche foto con la pelle bagnata e, finalmente, raggiungo il mio scopo: lo porto in bagno e lui si spoglia come se niente fosse, così srotola un membro delle dimensioni folli.

Mai visto una cosa così! Si accorge del mio sguardo stupefatto e, timido, mi sorride e, come scusandosi, “Sai, mi prendono tutti in giro in caserma! Mi chiamano Dumbo!”

E’ rattristato, è come se avesse paura che io non voglia più fotografarlo.

“Macché Dumbo! Non ho mai visto una cosa così bella! Chissà cosa dicono le donne!!!" Insinuo.

Al suo silenzio prolungato, gli chiedo “Ma vai a donne?” “Hanno paura, quando lo vedono scappano tutte.” “Ma … mai?”, dico muovendo allusivo la mano. “Una volta, una m’ha fatto un pompino, o una specie…”

Povero ragazzo! Così fortunato e sfortunato insieme.

Anche se a fatica, cerco di non guardarglielo più, lo fotografo inquadrando solo testa e spalle.

Poi lo aiuto ad asciugarsi, rimirandomi l’uccellone, non appena non mi vede.

Lo avvolgo in un accappatoio e gli dico che fra poco andiamo a tavola. “Ma devo andare in caserma …!” "No, ché hai detto che hai i due giorni liberi!”

E’ contento ch’io mi ricordi dei suoi turni: vuol dire che gli ho portato attenzione e a questo, forse, non è abituato.

Durante il pranzo gli verso spesso da bere e, all’ovvia sonnolenza, gli propongo un pisolino. No! Sì: ci stendiamo sul letto e veramente si assopisce.

Facendo attenzione che non si svegli, gli apro l’accappatoio e mi metto a rimirarmi la proboscide rosa.

Quella povera ragazza deve proprio aver fatto una gran fatica a fargli quel pompino … ma come vorrei farla anch’io quella fatica!

Ho sonno anch’io e, prima d’addormentarmi, lo cingo con un braccio.

E’ ormai sera, quando mi sveglio.

Nella penombra vedo il suo gran petto alzarsi ritmicamente, ma non gli vedo l’uccello perché il mio braccio mi nasconde la visuale.

Lo faccio scivolare un po’ e raggiungo il pube (ne sento i peli contro il polso), poi scendo ancora all’attaccatura, glielo prendo in mano ma è così largo che le dita non si toccano, le faccio scendere fino alla punta e gliela scappello… comincia a fremere lievemente.

Insisto e sento ondate di sangue affluire in punta.

Insisto e con sussulti prende forma, si erge e svetta in alto.

Non ce la faccio più … avrei voglia di mangiarglielo!

Vedo che ha aperto gli occhi, ma non si muove: forse posso...

Prima che possa cambiare idea mi piazzo con la bocca sopra e, con fatica (ma tanta!), me lo prendo tra le labbra mentre la lingua impazzisce intorno a lui.

Mi mette le mani sulle spalle: non capisco se è perché gli piace o perché mi vuol scostare.

Io vado avanti e lui comincia ad accarezzarmi, poi a tendere i muscoli del ventre, ad allungare le gambe, a contorcere le dita dei piedi, finché con un rantolo mi viene in bocca.

Pochi secondi e si scusa, si scusa, non voleva!

Ma caro ragazzo! Ero io che volevo e, cominciando a coccolarlo, a carezzarlo sul ventre e sul petto lo calmo.

Quando il suo respiro torna normale, gli chiedo se gli è piaciuto.

Accidenti, quella scema là non ce la sapeva mica fare come te!”

Le mie carezze ormai sono su tutto il corpo e sono sapienti, al punto che il “gran serpente” dà di nuovo segni di vita. “Vuoi venire ancora?” e il suo no è un sì.

Così riprendo a leccarlo: ma, ora che ho il suo benestare, sono più sicuro, più piacevole e insinuante; raggiungo i capezzoli, mi tuffo nell’ombelico, gli succhio i testicoli, mentre le mie mani lo indagano in ogni muscolo, in ogni piega.

Provo quello che provavano i conquistatori di una terra vergine: è mia! Tutta mia!

E’ bellissimo sentirlo fremere e godere sotto i miei tocchi. I suoi mugolii sono musica per le mie orecchie.

E’ veramente in mia mercé: ora agevola tutti i miei movimenti e, quando la mia lingua s’insinua tra le chiappe, comincia a gorgogliare.

Allora, scostando con le mani quelle meravigliose e dure rotondità provo a violarlo con un dito: si ritrae un po’, ma poi mi lascia fare.

Con sapienza, alterno lingua e dito e il suo gorgogliare diventa continuo.

Porto, come per agevolarmi, una gamba, anzi una colonna di granito, sulla mia spalla e lui lascia fare. Dito, lingua, dito… cazzo!

Non fa nulla, non si ritrae: vorrà o non ha capito cos’ho intenzione di fargli?

Ma lui è soltanto via. Il piacere che gli ho “inferto” l’ha mandato in un suo limbo di goduria e, quando inizio a spingere, senza volerlo – credo - mi aiuta, lasciandomi entrare in lui.

Lentamente sprofondo la mia virilità nel suo essere.

Il suo piacere è evidente e comincio a cavalcarlo lentamente, poi, più veloce, più forte, finché anch’io gorgoglio, tremo tutto e vengo.

E, finalmente, si risveglia dal torpore in cui era piombato, seppure in una posizione così scomoda m’abbraccia, i due visi sono vicinissimi e sento che le sue labbra sanno ancora del forte odore di liquore che gli avevo dato per farlo ubriacare; tento di baciarlo, si sposta un po’; ci riprovo e riesco ad insinuarmi in lui, poi la lingua incontra la sua, che si agita e si contorce avviluppando la mia.

Ancora mi stringe e, senza permettermi di uscire dal suo corpo, mi fa scorrere in su e giù su di lui, il suo uccello è duro come una colonna marmorea e calda.

Improvvisamente s’arresta, mentre sento la lava incandescente che si fa spazio tra i nostri corpi avvinti.

Esco da lui e comincio a leccarne il seme, naturalmente giocando in lungo e in largo con il suo membro che ogni volta freme.

E’ adagiato sul suo ventre e sorpassa di quattro dita l’ombelico!

Mentre faccio queste considerazioni, vedo che, di soppiatto, allunga un dito, coglie una goccia di sperma e se la porta alla bocca.

L’annusa, quasi con paura, poi l’assaggia, lo gusta.

Allora io lo rimonto, salgo al suo viso, lo bacio e le nostre lingue si scambiano il suo seme. E gli piace …

Dopo un po’ consiglio una doccia, che facciamo insieme, anche se lui occupa quasi tutto il box!

Ci insaponiamo e risciacquiamo l’un l’altro, il mio moscerino e il suo elefante di nuovo prendono il volo: stavolta anche lui me lo accarezza, mi tocca lo scroto … decide di provare a baciarlo, prima in punta, poi sull’asta … ma ha voglia di leccarlo e lo prende in bocca, inizia cercando di fare quello che ricorda che gli avevo fatto, poi, improvvisamente, non capisce più niente, come un naufrago s’attacca al mio bastone e lo succhia finché può bere tutto il mio nettare.

Mi chino anch’io su di lui e, mentre l’acqua ci accarezza le membra, gli faccio emettere nuovamente tutto il suo piacere.

La notte che segue, continua con la sua completa disponibilità a tutti i miei giochi. Spesso, si ferma a guardarmi e a sorridere.

E’ un bravo allievo: si dà da fare a ridarmi ogni piacere che gli offro.

L’unica cosa che non riesce neppure a pensare è quello che potrebbe forse desiderare di più: ma quel suo arnese chi mai potrà riceverlo?

Mi piacerebbe provare, ma desisto subito, tanto è così bello tutto quello che stiamo facendo che comincia a piacermi completamente anche lui, anche il suo gran ventre, le braccione, le gambone e il faccione felice.

Anche se quello che mi piace di più è vedere lui com’è contento e come continuamente sorride!

Il giorno dopo lo passiamo quasi completamente a dormire, solo ogni tanto un rapido spuntino, un po’ di sesso e ancora dormire.

Alle venti deve montare di servizio, così una mezz’ora prima s’alza, si veste, ha lo sguardo triste.

Sulla porta, timidamente, mi chiede se possiamo rivederci: il mio sì lo illumina completamente, si china su di me e, ancora, mi bacia profondamente.