ORSI ITALIANI


Le recensioni di Emilio Campanella

Gennaio - Febbraio 2016


TRISTAN UND ISOLDE - BOLOGNESI A BOLOGNA - PALAZZI VICENTINI - DA UN'ISOLA ALL'ALTRA, DA UN CANALE ALL'ALTRO - DA PIERO A... - PITTORI MURANESI A CONEGLIANO - SONIA BIACCHI   
Al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, l'amatissima opera wagneriana, in un discutibile allestimento scenico, ma con cantanti di valore ed una direzione interessante.

Il progetto e la messa in scena, sono dello Staatstheater Numberg, la ripresa, della Fondazione Teatro Comunale di Modena, in coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. la brutta regia e' firmata da Monique Wagemakers, le scene, pessime, da Dirk Becker, i costumi, orrendi, da Gabriele Heimann, la drammaturgia, anche, talvolta, insensata, da Sonja Westerbeck.

Lo spettacolo e' andato in scena il 14 ed il 17 Gennaio 2016, queste note fanno riferimento alla recita del 17. All'apertura dell'elegante sipario, dopo l'Ouverture, ci troviamo come dentro una brutta astronave circolare con neon fastidiosi, per fortuna, abbassati presto.

Il giovane marinaio (il bravo Martin Platz, che sara' anche il pastore) canta una vicenda che mandera' su tutte le furie Isolde (Claudia Iten, notevole, nonostante la tendenza ad intonare certe note, come un po' di spinta), che crede di ravvisarvi uno scherno per la propria situazione, furibonda, mette a dura prova la pazienza e l'affetto della devota Brangane (la bravissima, intensa Roswitha, Christina Muller).

Nel raccontare le sue tragedie personali sta spesso in ginocchio, si accoccola, si accascia e continua a cantare nonostante le scipitezze registiche.

Non si capisce come mai tutti siano a piedi nudi, forse si sono ripensate le sagge parole di Birgit Nilsson che diceva: "Per cantare Wagner: scarpe comode!", lei, che aveva solo questo problema, in quelle situazioni, come chiosava un amico musicologo.

Per cui l'ostacolo viene evitato radicalmente. Le ragazze hanno abiti lunghi, passabili. I poveri guerrieri hanno delle specie di brutti" hakama" ( i larghi pantaloni dei samurai) e delle sorte di canotte brillanti, come il povero Tristan (Jan Storey, notevole, intenso, in parte, emozionante sempre piu', verso la fine), oppure grigette, semitrasparenti, quasi a ricordare le cotte di maglia di ferro... ci sono i primi scontri ed i filtri... anche qui, il momento clou del primo atto, gia' premesso nell'Ouverture, con il leitmotiv dello sguardo, e' quasi sprecato dalle esitazioni registiche, per cui la prima grande emozione dell'opera e' praticamente persa.

Va meglio il secondo atto, in cui sono solo le voci, la musica, a dettare le atmosfera, e le azioni, semplici e spontanee, vengono naturali ai cantanti.

Un crescendo, fino all'arrivo di Konig Marke (bravissimo, Aleksej Birkus) e Melot (Hans Kittelman, notevole anche lui), scenicamente molto credibile, agile, insinuante, ed il primo vero scontro con il nobile Kurwenal ( Jochen Kupfer,forse, il migliore in assoluto, in scena), la situazione precipita, come sappiamo.

Ad apertura di sipario, sul terzo atto, la solita scena fissa, con poche variazioni: Tristan ferito a morte, agonizzante, delirante, disperato dal ritardo di Isolde che giungera' per coglierne l'ultimo respiro, l'ultimo sguardo d'amore; con lui l'impotente, affranto, fedelissimo Kurwenal.

Poco dopo la situazione precipitera' ulteriormente, buoni e malvagi troveranno una morte violenta, Isolde avra' la sua trasfigurazione finale. Konig Marke e Brangane rimarranno soli in mezzo all'orrore, al dolore, la consapevolezza di un destino crudele ed ingiusto. Molti meritati applausi, alla fine, da un pubblico attento e commosso, anche grazie alla crescente intensita' emotiva di tutto il cast.

La direzione di Marcus Bosch. era un po' cubista, ma interessante, buona la tenuta dell'Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna.

Attento il lavoro di Stefano Colo', alla guida del Coro della Fondazione Teatro Comunale di Modena. Doverosamente cito il bravo timoniere di Roberto Franci, ed i mimi: Angelo Argentina, Daniele Drappi, Marcello Finotelli, Marco Marzaioli, Simone Perra.


emilio campanella

Sino al 13 Marzo, a Bologna, a Palazzo Fava, Palazzo delle Esposizioni: GUIDO RENI E I CARRACCI, UN ATTESO RITORNO, Capolavori bolognesi dai Musei Capitolini.

Dopo due stagioni di Mostre divistiche, il Bolognese Palazzo Fava, bellissimo edificio sontuosamente affrescato da Agostino, Annibale e Ludovico Carracci, ospita un'esposizione "piccola" di sole trenta opere, che sono disposte nelle sale del primo piano.

Tele di grande bellezza attraverso le quali si inizia e si svolge un discorso attorno alla costituzione delle collezioni dei Musei Capitolini e gli orientamenti che hanno portato a determinate scelte.

Se i nomi citati nel titolo della mostra sono di grande richiamo, non meno importanti sono i quadri scelti, appartenenti ad altri maestri; comunque sono due di Annibale, cinque di Ludovico Carracci e dieci di Guido Reni.

Se una mostra di poche opere, ma non pochissime, e' maggiormente fruibile e stimola una visita maggiormente pacata e concentrativa, dispiace e molto che per illuminare i quadri esposti, si siano orientati diversamente i faretti, a discapito degli affreschi, cosi' che certi cicli risultino di difficile fruizione e se noti sia deludente non poterne godere appieno, conoscendone, appunto, qualita' e valore.

Altri nomi importati sono presenti: Prospero Fontana, Sisto Badalocchi( Badalocchio) con la sua bellissima MADONNA CON BAMBINO, opera da sempre ammirata per l'affettuosa umanita' piena di tenero trasporto con cui l'infante abbraccia la madre.

L'elegantissima SIBILLA CUMANA di Domenichino (Domenico Zampieri) l'indimenticabile, possente, urlante, POLIFEMO di Guido Reni, non e' certo da tralasciare, come il RATTO D'EUROPA di Giovanni Andrea Sirani, in cui la fanciulla elegantemente abbigliata di tenui colori, sognante, guarda il cielo, abbracciata al suo bellissimo toro che la porta in un altrove divino-ma che avra' esiti anche tragici- attraverso il mare.

Suo anche AMORE CHE RECIDE LE ROSE, quadro solo apparentemente idilliaco, ma dall'impianto e dalla resa subliminalmente molto drammatica. In chiusura la GIUDITTA di Carlo Maria Maratti (Maratta), opera teatralmente e luministicamente perfetta.

Dimenticavo la NASCITA DELLA VERGINE di Francesco Albani, che intorno ad una bambina speciale, costruisce una gran macchina architettonica ed un movimento di figure che salgono e scendono le scale, angeli festosi in alto, persone agitate e sorridenti in basso, mentre la piccola si guarda intorno molto vispa e sicuramente simpatica gia' da piccina. Il catalogo e' edito da Bononia University Press.


emilio campanella

A Palazzo Leoni Montanari, sino al 23 Ottobre, una piccola straordinaria esposizione per amatori ed innamorati d'arte greca: DIONISO, MITO, RITO, TEATRO, nell'ambito della rassegna Il Tempo dell'Antico. Ceramiche attiche e magnogreche dalla collezione Intesa Sanpaolo.

Un breve ricchissimo percorso nelle sale sontuose del piano nobile, che si snoda in tre ambienti e si compone di sedici pezzi magnifici ed ovviamente interessantissimi.

Ospite d'onore, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli il VASO DI PRONOMOS, Cratere a volute, attico, a figure rosse. Pittore di Pronomos, 400 a.C. circa.Il magnifico, grande vaso e' decorato su un lato, con grande eleganza e perizia, con la scena delle nozze di Dioniso ed Arianna, sull'altro con la rappresentazione di un dramma satiresco interpretato da una compagnia teatrale che ha partecipato alle Dionisiache con una trilogia tragica, cui seguiva sempre questo tipo di rappresentazione.

La grandissima accuratezza organizzativa dello spazio porta tutte le persone, i personaggi interpretati, i nomi, i ruoli e le caratterizzazioni: un saggio sul teatro antico illustrato da un sommo artista del tempo.

Gli altri quindici vasi di forme e dimensioni differenti, della collezione del museo ruotano sempre intorno al tema dionisiaco del mito, e del rito, come detto esplicitamente, le danze, i misteri la convivialita', senza dimenticare mai che queste erano tutte opere a destinazione, il piu' delle volte funeraria e celebrativa.

Un piccolo, prezioso catalogo e' edito da INTESA SANPAOLO. Un esaurientissimo audiovisivo e' a commento della mostra.

Poco lontano, a Palazzo Barbaran da Porto,al PALLADIO MUSEUM, un po' rivoluzionato per l'occasione: JEFFERSON E PALLADIO, Come costruire un mondo nuovo, aperta al pubblico sino al 28 Marzo.

Omaggio al terzo presidente degli Stati Uniti, in un percorso multimediale e giocato, con un allestimento anche molto elegante che coniuga modelli e disegni palladiani con quelli dello stesso Jefferson e dei suoi collaboratori, quelli di un uomo istituzionale che s'invento' architetto, studiando le opere di Palladio, visitando e studiando l'architetttura italiana, e creando il neoclassico americano, su ispirazione dell'architetto vicentino del XVI secolo. Varie sezioni che confluiscono fluidamente l'una nell'altra con rimandi e continui richiami scientificamente pertinenti.

Le magnifiche fotografie di Filippo Romano: FOTOGRAFARE JEFFERSON, mostra nella mostra; tre bozzetti del monumento di Canova per George Washington( da Possagno) espressamente incaricato dell'opera che , purtroppo and┌ distrutta in un incendio. Il museo, con Officins Libraria,ha prodotto l'ottimo, esaurientissimo catalogo.


emilio campanella

Si e' iniziato da un mese il nuovo anno, s'inaugurano e si presentano le nuove mostre che saranno aperte a Venezia, sino alla Primavera.  Alla Casa dei Tre Oci: TRE OCI, TRE MOSTRE, GIUDECCA FOTOGRAFIA.

Per quanto sia cambiato un po' tutto lo staff, tant'e', e' raro che in questo bello spazio di tre piani, si possa allestire un'unica esposizione... sempre almeno due, questa volta tre... una per occhio, verrebbe da dire.

La prima delle tre, al piano terra, in realta' si compone di ulteriori tre: LO SPECCHIO DI ALICE, NEROSUBIANCO, fotografie 1959/i960  Cura di Manfredo Manfroi e SGUARDI FEMMINILI, Vincitrici del Portfolio 2015. Tutte sotto l'egida del circolo fotografico La Gondola.

Al secondo piano: VISION OF VENICE, foto di Roberto Polillo che fa un interessantissimo lavoro con il colore attraverso immagini mosse e sfocate, stravolgendo ad arte luoghi notissimi della citta' e creando un forte spaesamento. Al terzo piano il lavoro elegantissimo di Giulio Obici: LE FLANEUR DETECTIVE, di grande, introspettiva suggestione.

Tutto visitabile sino al 28 Marzo.

Attraversando il Canale della Giudecca ed arrivando a Ca' Venier dei Leoni, sede della Collezione Peggy Guggenheim, sino al 4 Aprile: POSTWAR ERA, Una storia recente, A Recent History, insieme con due omaggi: a Jack Tworkov e Claire Falkenstein.

Tre occasioni in una, di riflessione, confronto e rivalutazione, create, con la consueta cura, da Luca Massimo Barbero. Suggestioni ed emozioni continue fra stati Uniti ed Italia, Italia e Stati uniti in rimandi stilistici, ispirativi, evocativi ed emozionali che culminano con la personale, a fine percorso di una scultrice interessantissima, attualissima e coraggiosa di cui tutti conosciamo il cancello del giardino del palazzo, e che la mostra racconta nel suo rapporto con Venezia, e la lunghissima amicizia con Peggy Guggenheim.

Poco lontano, sempre sul Canal Grande: VERSO LE GRANDI GALLERIE, LE NUOVE SALE DELL'ALA PALLADIANA DELLE GALLERIE DELL'ACCADEMIA. Presentate con gran battage pubblicitario, gran pompa buccinandone ai quattro venti, ma prima dell'inaugurazione ufficiale, molta disorganizzazione, ed anche dopo, mi hanno detto: pochi spazi per gli intervenuti, microfoni poco efficienti, insomma, non lontano da certe inaugurazioni alla Jacques Tati.

 Per fortuna, prima avevamo avuto la fortuna della presentazione, sintetica ma esauriente, della nuova direttrice, Giovanna Marini.

Ma tutto questo non risolve cio' che a monte s'era gia' notato, di un discutibilissimo restauro degli ambienti, ed ora un pessimo uso dell'illuminazione per la quadreria, va meglio per le sale della scultura, praticamente un'apoteosi di Antonio Canova, che si collega al lavoro fatto al Museo Correr dai Musei Civici, con i quali, specialmente per il progetto SUBLIME CANOVA, c'e' un'evidente sinergia, solo lascia perplessi come i bassorilievi siano in un corridoio, cosa finalmente ovviata, spostandoli in una sala, al Correr, per evitare che la gente passi dritta, e due magnifici, giganteschi leoni, decisamente soffocati, si certo, gli uni come gli altri si possono vedere da fuori, ma non sempre si sta fuori, ora come stagione, no, e dopo non e' chiaro ancora, quale sara' la fruizione degli spazi.

Con l'occasione consiglio di salire al primo piano, nell'abside della chiesa, e vedere i Bosch resturati prima che partano per la mostra olandese, e poi per Madrid. Saranno di ritorno a Dicembre prossimo per l'esposizone dedicata all'artista a Palazzo Ducale.

La mostra s'intitola: JHERONIMUS BOSCH (c.1450-1516) I dipinti veneziani restaurati, sino al 7 Febbraio.

 Si tratta del TRITTICO DI SANTA LIBERATA, e dei quattro pannelli delle VISIONI DELL'ALDILA'. il TRITTICO DEGLI EREMITI, il cui restauro non e' stato ultimato in tempo, partirÓ per l'Olanda da cui tornerÓ nei prossimi mesi, per essere esposto in questa stessa sede. Appartenuti alla collezione Grimani, visti molte volte e studiati, ora splendono magnificamente nei particolari, nelle luci, negli sfondi, nei bagliori, nei volti caratterizzatissimi tipici dello stile del pittore.


emilio campanella


Ai MUSEI SAN DOMENICO di Forli', sino al 26 Giugno prossimo: PIERO DELLA FRANCESCA, Indagine su un mito.

All'ombra di Piero, alla luce di Piero, si snoda il percorso espositivo, come sempre, ampio, ma mai eccessivo, che questa istituzione ed i suoi curatori propongono al pubblico, con il loro undicesimo appuntamento annuale con l'arte.

Ma, mi sembra gia' di sentirli i detrattori, anzi, gia' una voce l'ho sentita, rabbiosa, acre, acida, affermare che ci sono solo quattro opere esposte di PIERO DELLA FRANCESCA, e delle quali due false! Io ho ascoltato senza partecipare ad una conversazione il cui protagonista tendeva a brillare di luce propria spargendo veleno e malanimo su tutto cio' di cui parlava. Non e' il mio punto di vista, non e' il mio modo di pormi di fronte al lavoro degli altri, anche quando non lo condivido.

E' vero, le opere del dedicatario dell'esposizione sono un piccolo numero, ma non ditemi che trovarsi di fronte alla MADONNA DELLA MISERICORDIA del polittico omonimo di Sansepolcro non e' una forte emozione, a discapito di quel museo che se ne trova privato per mesi... e questo e' un annoso problema che ci porterebbe MOLTO lontano.

Pero', quello che conta e' comprendere subito, e da subito e' chiaro, per chi lo voglia, come  il sommo artista sia il punto di partenza per una ricognizione, un attento ed approfondito studio sulla sua influenza, che da secoli dura, sull'arte figurativa.

Se il raffronto fra il busto di BATTISTA SFORZA di Francesco Laurana (Firenze, Museo del Bargello) e L'AMANTE DELL'INGEGNERE di Carlo Carr‡ (1921), dalla Collezione Gianni Mattioli,risulta decisamente coraggioso e potra' non piacere a molti, come verificato nell'incontro cui faccio riferimento sopra, non si puo' negare un legame fra le due ieratiche figure dagli occhi chiusi e lo sguardo indubitabilmente lontano.

A distanza spaziale, ma di vicinanza altrettanto indubitabile, la SILVANA CENNI (1922, collezione privata) di Felice Casorati, discendente diretta della Madonna della Misericordia appena ricordata, ed alla fine di una galleria di opere di autori fra Novecento e Realismo Magico in cui le uova, immagine, forma, elemento, simbolo ricorrente, scandiscono il ritmo fra opere di Virgilio Guidi, Gregorio Sciltian, Massimo Campigli (sorprendente LA SPIAGGIA-LA FOTOGRAFIA del 1937, 200x1410 cm, della Fondazione 3mM di Segrate, che pare abbia ispirato Luchino Visconti per la creazione delle scene in spiaggia del suo MORTE A VENEZIA), Achille Funi, Antonio Donghi, Felice Carena, Pompeo Borra.

Ma sono corso avanti, cosa naturale in una esposizione ch'e' tutto un riferimento, un incrocio, un rimando...massi', anche un rispecchiamento fra le epoche. Ma, eravamo alle prime due sale, quelle di arte antica del primo piano, dove Piero e' in compagnia con Beato Angelico, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi, e di seguito: Marco Zoppo e la sua straordinario, sorprendente, commovente CROCE DIPINTA(1457/58, Bologna, Provincia dei Frati Minori Capuccini, Museo di San Giuseppe), Cristoforo Canzio da Lendinara, Francesco del Cossa, Ercole de' Roberti, Giovanni Bellini; di suo anche il CRISTO MORTO SORRETTO DA QUATTRO ANGELI dal Museo della CittÓ di Rimini, Perugino, Pinturicchio, Luca Signorelli, Melozzo da Forli' (ecco uno dei legami locali, insieme con il Palmezzano esposto al piano terra, dove sale, a loro modo, introduttive, ma bisognerebbe salire e scendere varie volte dato l'interesse dei raffronti incrociati, prendono le mosse dalle ricerche, dalle lezioni, dalle pubblicazioni di Berenson e Longhi).

Nella sala successiva, che costituisce la nona sezione delle tredici del percorso, si viene accolti dalle luci calde, dai volti ritratti da Silvestro Lega, giÓ dedicatario di un'importante esposizione, proprio qui nel 2007 (SILVESTRO LEGA, I Macchiaioli ed il Quattrocento), nella medesima direzione critica. Con lui, Signorini, Borrani, ma anche Degas, Puvis de Chavannes, e Seurat, che studiarono il Quattrocento italiano e Piero in particolare. Molto spazio ha Morandi, ovviamente, poi Capogrossi, Usellini, Cagli, Gentilini, fino alla corsa in avanti con Hopper e Balthus.

L'ampio catalogo e' pubblicato da Silvana Editoriale. Concludo con una coda milanese legata al design. Alla Pinacoteca di Brera e' conservata la straordinaria, misteriosa, ineffabile Pala Montefeltro, altrementi nota come Pala di Brera. Al centro della conchiglia della volta che sovrasta i protagonisti dell'affollata sacra conversazione, Piero della Francesca ha sospeso un'uovo (eccolo che ritorna!), forma perfetta che Achille Castiglioni nel 1992 ha ricreato per la sua lampada BRERA prodotta da FLOS. Una coda veneziana legata all'aquisizione dell'archivio della Galleria IL CAVALLINO, di Carlo Cardazzo, da parte della Fondazione Cini.

Negli anni novanta, la compianta Anna Rossettini, pittrice, di ascendenza spazialista ed allieva di Luciano Gaspari, troppo presto scomparsa, present˛ il suo lavoro intorno a Piero della Francesca dal titolo: RICORDO DI UN AMORE proprio in quella storica galleria.


emilio campanella


A Conegliano, a Palazzo Sarcinelli, sino al 5 Giugno prossimo, la bellissima mostra: I VIVARINI, Lo splendore della pittura fra Gotico e Rinascimento, terzo capitolo dopo: UN CINQUECENTO INQUIETO, e CARPACCIO.

 Lavoro di studio e di approfondimento, ricerca e scandaglio su un territorio la sua societa', gli artisti che lo hanno animato.

Curatore della trilogia e' Giandomenico Romanelli che quest'anno raccoglie la sfida di occuparsi di una famiglia di artisti rimasti un po' in ombra e di comprendere oltreche' cercare di spiegare le motivazioni per cui la critica ha sempre considerato bravi artigiani e poco piu', Antonio, Bartolomeo ed Alvise Vivarini. Intanto si puo' dire che soddisfecero quasi esclusivamente committenze religiose, pochi i riratti, alcun soggetto profano, se non di committenza politica, come l'ARCO TRIONFALE DEL DOGE NICCOLO' TRON del 1471-73 di Alvise, dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia.

Furono attivi nel XV secolo, seguirono il loro stile, senza lasciarsi distrarre dalle pur grosse innovazioni che si muovevano attorno a loro, peraltro e' quasi certo che facessero parte dell'Osservanza ed che il loro lavoro fosse rivolto agli ordini ecclesiastici e monastici di quella cerchia.

Sotto questa luce, si possono ben comprendere i motivi del rigore formale e di una certa rigidita' nell'affrontare i temi prescelti, o piuttosto, imposti.

Fecero comunque percorsi importanti, come dagli studi di Pallucchini: Con Giovanni d'Alemagna, a S. Zaccaria a Venezia, nella Cappella Ovetari a Padova alla presenze di "ingombranti" personalita', quali Mantegna e Lippi. Come accennato scelsero un percorso differente da quello belliniano, si diressero verso la cifra di paesaggi visionari.

La presenza nella chiesa di S.Giovanni della Bragora a Venezia, l'opera di Amiens. Intanto anche Lotto, Jacopo de' Barbari, furono quasi sicuramente a bottega da Alvise, fors'anche Marco Basaiti.

La mostra e' "piccola" e preziosissima, con prestiti da Bari, Capodimonte, Bergamo, Brera, Musei Civici Veneziani e dalla Croazia con il polittico di Parenzo, restaurato a tempo per l'esposizione.

Solo trentun opere esposte in modo da creare un percorso oltreche' scientificamente coerente, facilmente fruibile anche per un pubblico poco abituato alla pittura del quattrocento che poco a poco si libera dei fondi oro, ed in cui le figure si stagliano con molta forza. Una famiglia, dunque, Antonio, il padre diventato cognato del collega Giovanni d'Alemagna che ne spos┌ una sorella, Bartolomeo, un altro fratello, zio di Alvise, figlio di Antonio. E via alla ricerca delle differenze stilistiche, questo il gioco che propongo ai visitatori.

Gioco facile con Alvise che si stacca, essendo piu' giovane e che ha dei colpi d'ala notevoli, basti pensare all'ultima opera esposta: CRISTO RISORTO, S.Giacomo, Cristo, S.Giovanni Evangelista, 1497-98, Chiesa di S.Giovanni Battista in Bragora, Venezia, con cui si conclude il percorso. Impossibile non notare il simpatico bambino ciccione della MADONNA IN TRONO IN ADORAZIONE DEL BAMBINO, S.Pietro, S.Michele Arcangelo, TrinitÓ con due angeli ( Polittico della TrinitÓ o Polittico di Scanzo) 1488, di Bartolomeo, ed ancora suo il POLITTICO DI S.AGOSTINO ( Ss. Agostino, Domenico e Lorenzo) in cui lo sguardo di Agostino Ŕ di una forza quasi insostenibile, del 1473, dalla Basilica di S.Giovanni e Paolo di Venezia.

Dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna, L'UOMO DEI DOLORI, del 1449-50, di Antonio. Irrinunciabile l'agile, documentatissimo catalogo edito da Marsilio, con riproduzioni cromatiche di altissima qualita'.


emilio campanella


SONIA BIACCHI, Architetture per i Corpi. Venerdi 26 Febbraio, alla Scuola dei Calegheri, in campo S.Toma', a Venezia, e' stato presentato il volume: SONIA BIACCHI, Architetture per i Corpi, edito da Marsilio.

Curato da Enzo Gardenghi, si avvale dei testi di Ivana D'Agostino (Sonia Biacchi, l'astrazione della forma) cui si deve la bella presentazione alla presenza dell'artista dedicataria del lavoro, Cecilia Cecchini (Tessuti tecnici, plissettature, e stecche di balena: la costruzione delle forme danzanti), e di una intervista di Leda Vizzini.

Corredato di un ampio apporto iconografico il libro include anche i testi tradotti in inglese.

L'ampia ed agile prolusione della professoressa D'Agostino ha inserito il lavoro di ben oltre tre decenni, di Sonia Biacchi, in un ampio contesto storico artistico, a partire dalle avanguardie del secolo scorso, sino ad arrivare alle ardite e personalissime invenzioni ed esperienze ancora in corso.

Iniziando con le animazioni per i bambini, nei campi veneziani di zone anche disagiate, negli anni settanta comincio' il suo percorso di ricerca che approdo' appunto alla creazione del Centro Teatrale di Ricerca , la fascinazione del mondo di Oskar Schlemmer, l'ideale ricostruzione del mitico BALLETTO TRIADICO e dei suoi costumi, di la', dunque da un trampolino Bauhaus, possiamo dire facendo non so se un volo pindarico, o, piuttosto un salto mortale elegante e leggero, Sonia Biacchi, fra le tre sedi del suo teatro: l'ex Chiesa di S.Lorenzo, gli ex Cantieri Navali della Giudecca, l'ex Convento di S.Cosma e Damiano, sempre alla Giudecca - quella attuale - ha inventato ed esperimentato instancabilmente, forme per lo spazio teatrale e non, anche molto per le gallerie d'arte e gli spazi espositivi, facendo si che tre ex luoghi divenissero delle realta' artistiche vive e vitali, vivaci e metamorfiche, talvolta anche sornione e spiritose.

Ha lavorato con star internazionali come Gheorghe Jancu e Pier Paolo Koss giungendo a creare forme e sculture mobili, leggerissime e proteiformi per personalita' come quella di Atsushi Takenouchi.

Il suo spattacolo mosaico: SYNTHESIS, si e' avvalso di differenti edizioni e delle coreografie di Patricia Brouilly, di Caterina Sagna, di Gheorghe Jancu.

Contemporaneamente il lavoro di teatro di figura, grande amore di Sonia Biacchi, cui ha dedicato invenzione e fantasia, follia a diverimento , partendo dai suoi amori artistici, e portando sulla scena il mondo onirico di Odilon Redon (PRESENZE, 1988),e pure i MEMOIRES di Carlo Goldoni, nel 1993 in occasione del bicentenario, con una disinvoltura poliedrica tipica del suo carattere. Intrecciato a tutto questo lavoro creativo, i Festival Internazionali di Teatro di Figura.


emilio campanella